martedì, novembre 17, 2009

Le facce di una sfera...


Se il cittadino inglese è famoso per la sua criticità nei confronti dell'informazione e quello americano per la sua aggressività nell'approccio alla vita pubblica, l'italiano medio passa spesso per essere un discreto qualunquista; tuttavia quest'ultimo, talvolta, si trova miseramente a non essere smentito nel suo pensiero e questo è accaduto molte volte in queste ultime settimane. Mi riferisco in particolare alla situazione "partitica" del nostro paese che, secondo il sentiero dell'eterno ritorno di nietzsciana memoria, vede un andamento evolutivo minacciosamente ciclico...quasi involutivo.

Il 31 ottobre scorso abbiamo assistito al divorzio definitivo tra due soggetti che, lo possiamo dire, erano già "separati in casa": il PD ed il suo deputato più fascinoso, Francesco Rutelli. Il bel Francesco - educato dai gesuiti, battaglie radicali, amicizie salottiere ed incarichi importanti - nel suo libro, presentato il 30 settembre, intitolato "La svolta. Lettrea ad un partito mai nato", facendo eco alla tanto vituperata Oriana, denuncia la deriva a sinistra del PD e l'inconsistenza dell'azione politica del neonato partito. Inconsistenza a cui, mi sento di dire, egli ha attivamente partecipato, evitando cautamente di proinunziarsi su punti caldi del dibattito e ricoprendo sempre incarichi importanti (in ultimo, è stato fino all'altroieri presidente del Copasir). Rutelli non è nuovo all'uso di "andarsene prima dalla festa perchè fa 'chic'": dai Radicali se ne va nel 1989 alla volta del movimento, costola di Democrazia Proletaria, dei Verdi Arcobaleno; dopo la parentesi come sindaco di Roma, dall'Ulivo si stacca per riproporne una sbiadita fotocopia qual'era la Margherita, poi diventata Democrazia e Libertà in parallelo con la vicenda de "I Democratici", sorti dalle ceneri de "Il movimento dei coraggiosi" a cui il bel Francesco aveva aderito...il tutto nell'arco di poco meno di dieci anni, ossia dal 2001 (anno della clamorosa trombata rifilata da Forza Italia alla GrossKoalition del centro-centro-sinistra-sinistraestrema) che vide Rutelli il candidato alla presidenza del consiglio meno votato dopo Occhetto, fino ad oggi, momento in cui il nostro eroe sente di poter dichiarare in tutta sicurezza: "Figurarsi se un tema serio come le alleanze e i rapporti con i partiti, come l'Udc, si può liquidare con giochini che servono a Vespa per lanciare i suoi libri...".

La perla è riportata dal "serissimo" settimanale Panorama il 26 di ottobre, quindi PRIMA dell'ufficializzazione del nuovo movimento API - Alleanza Per l'Italia ("con API si vola!" è lo slogan...neanche la decenza di coniare un motto senza doverlo mutuare da una società petrolifera), quasi a dire: "prima vediamo se ci sono margini per alleanze importanti, poi capiamo se è il caso di fondare un nuovo partito". Nel nuovo movimento sono confluiti il presidente della provincia di Trento Lorenzo Dellai, il solito radical-chic Massimo Cacciari, Bruno Tabacci, l'ex ministro Linda Lanzillotta ed il presidente di Unioncamere Andrea Mondello. Soggetti che, non essendo nè carne nè pesce, sentono l'esigenza di dare una mano di pesante tintura democristiana ad un partito, l'Udc, che di certo non brillava per carisma, ma che fino a questo momento stava facendo bene, soprattutto con il suo frontman Casini. La domanda è, anche alla luce di quanto si vocifera tra i ben informati, secondo cui Rutelli-Casini sarebbe una ditta da 5 milioni (!!!) di voti: se ne sentiva veramente il bisogno di un nuovo movimento "color crema"? Osservino i lettori che non è cambiato nulla dall'andazzo multipartitico d'inizio 2002: oltre al nuovo soggetto sopra descritto, abbiamo un refrain delle destre estreme di Storace e Garnero-Santanchè che hanno ottenuto gli apparentamenti con il PDL, il "segretario" di Rifondazione Comunista Ferrero medita alleanze dipietriste (ma questa è solo un indiscrezione), i Radicali andranno da soli alle regionali con il loro nuovo segretario Staderini (eletto a furor di popolo al congresso di Chianciano con ben 152 voti!)...e il bipolarismo dov'è andato a finire? Il PD è ancora una volta in ritardo: sta diventando un partito (o un PARTRITO sarebbe meglio dire) unito quando la diversificazione è l'ultima moda!

Recentemente Occhetto ha dichiarato: "A mio avviso, il grande errore è stato quello di non proseguire sulla via della carovana che avevo indicato e cioè il Grande Ulivo, fu quello lo sbaglio del gruppo dirigente dei DS insieme a Bertinotti allora, [...] si è proceduto a tentoni senza trovare una via unitaria."(intervista concessa l' 11 novembre ad AMI). Non solo in ritardo, ma tutt'ora inascoltato e, soprattutto, sfiduciato, sia dagli iscritti, sia dagli elettori.
L'Italia non vuole il bipolarismo, nè un Grande Ulivo: l'Italia forse vuole la DC? ...ancora?

venerdì, novembre 13, 2009

Coppa Gasparri: Gianfranco Fini

L'insindacabile giuria del Buon Caffè è lieta di assegnare il prezioso riconoscimento al portentoso presidente della Camera, dottor Fini.


11 novembre 2009
“Intesa se si gioca a carte scoperte. La prescrizione breve è esclusa, sarebbe un'amnistia.[…] Il processo Parmalat con quella norma salterebbe. Immagini cosa accadrebbe se migliaia di risparmiatori, che hanno perso tutto, si vedessero cancellato il diritto alla giustizia? Le leggine non ti mettono al riparo dagli attacchi, Silvio. Serve la politica.” (Gianfranco Fini a Berlusconi)

“Confermo l'inopportunità di candidare Cosentino e anche Berlusconi condivide l'idea che sia inopportuno.” (Gianfranco Fini al Corriere della Sera)

12 novembre 2009
“Ddl sul processo breve in Senato - La prescrizione scatta dopo due anni” (Corriere della Sera)

“Cosentino parla con il premier «Io mantengo la candidatura»” (Corriere della Sera)

In attesa che il portentoso signor Fini smetta di far finta di essere un politico serio gli consigliamo di munirsi di un interprete la prossima volta che incontra Silvio Berlusconi – forse le differenze tra bolognese ed arcoriano sono più grandi di quanto si pensi.

giovedì, novembre 12, 2009

Daniela Santanchè, una donna con le palle.


Daniela Garnero, precedentemente in Santanchè; Cuneese impiantata a Torino e, infine, assurta a Montecitorio.
La sua è una carriera interessante: laureata presso l’università di Torino in scienze politiche si sposa giovanissima col primo marito, Santanchè appunto, chirurgo estetico del capoluogo piemontese e, fin da subito, entra a far parte dell’azienda del coniuge con funzioni amministrative.
C’è chi la definisce imprenditrice e, come tale, lei si comporta; si consocia con alcuni personaggi noti sia al grande mondo dello spettacolo, sia al mondo sportivo sia al mondo giudiziario (Flavio Briatore, Marcello Lippi e Lele Mora), nella gestione del Billionaire, fortunato locale della Sardegna da bere.
Nel frattempo si separa dal marito di cui, però, continuerà a utilizzare il cognome.

Politicamente parlando cresce alla corte di La Russa e Albertini che la formano fino al 1999 quando, finalmente, comincia ad avere incarichi di rilievo come la poltrona di consigliere provinciale di Milano.
Candidata alla camera perde le elezioni ma vi entra ugualmente per le dimissioni della collega Beccalossi ed ecco, finalmente, il debutto nella politica che conta prima con An e poi con La Destra.
Alla cronaca è nota per diverse esternazioni, fisiche e verbali, fatte nelle situazioni meno indicate:
un dito medio sfoggiato in faccia a degli studenti in protesta contro la legge Moratti, una protesta contro l’uso del velo davanti ad uno stabile utilizzato dalla comunità musulmana come moschea provvisoria, scambi verbali con l’Imam di Segrate che le fruttarono una scorta giudicata poi inutile dal suo stesso capogruppo Gianfranco Fini, l’idea di introdurre una porno-tax per i fruitori di materiale pornografico e, infine, le esternazioni sulla presunta (da lei) pedofilia di Maometto in quanto sposo di una ragazza di soli nove anni.
Su quest’ultima affermazione vorrei intervenire cercando di chiarire all’onorevole come, di fatto, nel VII secolo D.C., epoca della vita di Maometto, sposarsi a quell’età fosse cosa del tutto normale in quanto l’apice della maturità sessuale avveniva introno ai quindici anni e l’aspettativa di vita era decisamente ridotta rispetto ai sorprendenti standard odierni. (30 o 40 anni potevano essere considerati un risultato insperato.)
Ovviamente questa polemica arriva nel momento più consono, nel momento in cui fa notizia scagliarsi contro l’eterodossia e immolarsi a difesa dei valori cristiani, mai in pericolo come di recente grazie alla sentenza europea sul crocifisso.

Togliendomi subito dal merito della questione e chiarendo la mia posizione da ateo che non vorrebbe simboli religiosi negli uffici pubblici, non posso esimermi dal considerare l’aberrazione del cristianesimo stesso il fatto che, a difendere dei valori così alti come, fra i tanti, il non rubare, il non uccidere e il non peccare, si siano scagliati i nostri rappresentanti politici, eccellenti predicatori ma pessimi razzolatori.
Fra i tanti un La Russa che, in onore al quinto comandamento, augura ai giudici europei di morire ammazzati; una Lega Nord che mentre urla sdegnata si prepara per i festeggiamenti celtici a Odino e un PdL (ma non mi sento di escludere a pieno titolo anche l’opposizione) che si lancia in penosi atti di fede cancellando con un colpo di spugna tutte le malefatte compiute fino al giorno prima.
Insomma cari amici, una situazione triste, una politica sensazionalistica, alla caccia della visibilità a tutti i costi qualunque cosa si dica; viviamo in un mondo che ha come motto “Qualsiasi cosa, purché se ne parli” e sta a noi ribaltare questo malsano modo di pensare e di agire.

Marco Tiboni

lunedì, novembre 09, 2009

In Italia...

Qualche giorno fa la puntata di "Annozero" faceva una messa in scena di un'intercettazione ambientale catturata all'interno di una macchina in cui parlavano un mafioso e il suo piccolo figlio. Il padre istruiva il bambino su cosa significava mafioso. "Esiste un concetto di legge, la legge, giudici, carabienieri.. Ed esiste un concetto fi famiglia. La famiglia non si rivolge mai alla legge, ma si fa giustizia per conto proprio. Se uno fa un torto a te io non vado dalla polizia a dire eh, hanno fatto un toro a mio figlio, io prendo quello e lo ammazzo... Capito come funziona? Questa è la Mafia. Poi c'è la mafia di quelli che fanno i traffici di droga e cose brutte e poi c'è la mafia degli uomini d'onore. Chi sono gli uomini d'onore? Uno anzichè andare dal sindaco o dal maresciallo va dall'uomo d'onore e si rivolgono a lui per chiedere favori." A questo punto il bambino dice.. "I mafiosi che dice la maestra sono quelli che non rispettano la legge". E il papà prosegue "Ma nessuno rispetta la legge. I mafiosi sono contro la legge perchè loro hanno la capacità e la forza di fasri giustizia da soli. La mafia c'è in Russia, in Grecia, dovunque tu vai c'è la mafia". Questa agghiacciante conversazione, che dovrebbe addirittura farci riflettere se possiamo davvero definirci uno "Stato" sapendo che il nostro paese è permeato da associazioni i cui principi assolutamente antistatuali sono questi, è lo specchio di un paese che sta andando sefinitivamente alla deriva, di un popolo in cui le persone hanno smesso di saper criticare e di affermarsi. Siamo un paese che non riesce a tenersi i propri cervelli, in cui gli studenti universitari meritevoli devono scappare all'estero per cercare di proseguire la propria carriera o adeguarsi al piattume culturale fatto di raccomandazioni e uomini d'onore di vario tipo. Il padre, in effetti, ha perfettamente ragione: la mafia è ovunque. Ma non soltanto come organizzazione, essa è ben presente nella mente degli italiani. Gherardo Colombo, nel suo libro "Sulle regole", fa il ritratto di un paese immaginario in cui un vigile urbano entra in un negozio per fare un controllo e ne esce con due prosciutti. Il poblema è che ormasi, l'uscire con due prosciutti viene vista come una cosa normale. Del resto, anche il nostro ministro Maroni, quando il procuratore Lepore decise di divulgare le immagini dell'omicidio della camorra a Napoli per cercare di trovare i responsabili, disse che era stata una pessima idea in quanto quelle immagini screditavano la città. Senza intento alcuno di screditare una città meravigliosa come quella campana, ma col solo obiettivo di far tenere bene a mente a chi ci legge cosa sia l'Italia, ripropongo qui di seguito due video.



Perchè per potersi migliorare bisogna sempre tenere a mente quello che si è...


Pier Francesco Poli

martedì, novembre 03, 2009

Santi tutti

Ci risiamo. L’annosa questione del crocifisso è tornata alla ribalta grazie ad una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, giudicando il ricorso di una cittadina italiana di origini finlandesi (è proprio vero che l’erba del vicino è sempre più verde!) che ne lamentava la presenza nelle aule della scuola frequentata dai figli, ha statuito sostanzialmente che sì, la signora Soile Lautsi ha ragione a lamentarsi poiché questo simbolo “può causare turbamento agli alunni di altre religioni o atei”. Il che è evidente, perché se non si trattasse di un simbolo religioso non causerebbe tutto questo scompiglio: non si dà da bere a nessuno che il crocifisso sia un innocuo ornamento tradizionale della penisola italica. La sentenza spiega anche che “la libertà di non credere ad alcuna religione […] si estende alle pratiche ed ai simboli che esprimono una credenza, una religione o l’ateismo. Tale libertà merita una particolare protezione se è lo Stato ad esprimere una credenza e se la persona è posta in una situazione dalla quale non può uscire se non a prezzo di sforzi e sacrifici sproporzionati. […] Lo Stato deve astenersi dall’imporre credenze nei luoghi ove le persone dipendono da lui. E’ altresì notoriamente tenuto alla neutralità confessionale nell’ambito dell’educazione pubblica […]”.
Insomma, un distillato di uno di più principî dello stato di diritto: la libertà confessionale. Gli stati liberali, almeno quelli veri, tutelano la libertà degli individui da qualsiasi interferenza indebita. Lo Stato Italiano invece come sappiamo tutela la libertà di una percentuale della popolazione (peraltro nettamente inferiore a quanto normalmente si cerchi di far credere) di fede cattolica dalla (indebita?) richiesta dei non cattolici di non essere costretti a vivere in un contesto confessionale.
La reazione della politica nostrana è stata come sempre vergognosa e una volta tanto univoca: condanna bipartisan senza se e senza ma. Sorvolando sui soliti grigi figuri sempre pronti a stracciarsi le vesti e a gridare all’eresia (Rocco Buttiglione – anche lui parla ancora – la definisce una “sentenza aberrante”), spicca la straordinaria puntualità del neoeletto messia del PD al solito appuntamento con il cerchiobottismo d’oltretevere: “Io penso che un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno”. Sulla stessa linea troviamo la ministra della Pubblica Distruzione, che sottolinea come il crocifisso non sia altro che un “simbolo della nostra tradizione”. L’ex laico Gianfranco Fini usa un giro di parole incomprensibile per dire tutto e niente, ma sostanzialmente che si tratta di una decisione dettata da un "laicismo deteriore", fiancheggiato in buona sostanza da Massimo Donadi dell’IdV.
Ma c’è chi fa di più. Pierferdinando Casini considera la sentenza una “[…] conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione Europea”, e Sandro Bondi, repentinamente svegliatosi dal suo abituale letargo, chiosa: “queste decisioni ci allontanano dall'idea di Europa di De Gasperi, Adenauer e Schuman. Di questo passo il fallimento politico è inevitabile”.
Insomma, questi signori non solo non ricordano ciò che dice la nostra Costituzione (art. 3; art. 8), ma dimostrano anche di non sapere che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è la Corte di Giustizia delle Comunità Europee: non ha nulla a che fare con la Comunità e l’Unione. Essa è un organo indipendente, deputato alla salvaguardia dei principî contenuti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma nel 1950 e ratificata anche dal nostro paese. Insomma, una gran confusione. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è un organismo che non fa parte di alcuna organizzazione politica, e come tale è da sempre considerata un’istituzione di altissima moralità e rettitudine. Naturalmente le sue sentenze non sono esecutive – o meglio: lo sono, ma l’esecuzione è sostanzialmente rimessa alla buona volontà degli stati membri.
Infatti il Governo Italiano ha già annunciato che presenterà ricorso.
Una volta almeno si sapeva che i comunisti erano per la laicità e la DC contro. Oggi gli excomunisti hanno cambiato nome ed evidentemente anche sponda.
Sorge un dubbio: che siano tutti a libro paga di B16?

lunedì, novembre 02, 2009

La speranza

Ormai più di qualche settimana fa postai sul Buon Caffè un articolo al quale non ne seguì più alcuno. Qualcuno probabilmente mi avrà dato per disperso, altri, forse con un pizzico di felicità, avran pensato ad un mio trasferimento in zone certamente più civilizzate dell'orbe terracqueo. La ragione fondamentale del mio prolungato mutismo risideva in una totale, assoluta, decisa stanchezza nei confronti degli italici avvenimenti. Per un po' sono stato stanco di aprire questo piccolo box e di scrivere e descrivere tutto lo schifo che si vede in giro ma non per poca voglia o intrinseco lassismo, quanto per quella sorta di dolore mista ad amarezza che, penso, ogni autore di questo blog prova quando scrive. Siamo in un paese in cui, se ad una persona capita per sbaglio di stare a casa la domenica e di fare un po' di zapping, si corre il rischio di vedere una discussione, moderata da Barbara D'Urso, che ha per protagonisti Vittorio Sgarbi, Daniela Santanchè e il padre di uno stupratore, condannato alla "messa alla prova". In questo teatro dell'incredibile può quindi accadere che quest'ultimo cerchi di difendere a spada tratto il figlio dando della "poco di buono", per usare un termine cortese, a quella che è stata violentata, che l'onorevole utilizzi la questione per attaccare i magistrati, sostenendo che è solamente colpa del giudice se il ragazzo non è stato messo in galera e che da ultimo il ciclonico Vittorio Sgarbi, posto quale iudex maximo collocato su una poltrona per arbitro da tennis, scteni la solita ondata di turpiloqui contro tutto e tutti argomentando che un minorenne che commette un reato debba andare in galera e che, se non è dietro le sbarre, evidentemente è perchè i fatti sono certi. Superfluo commentare l'espressione della D'Urso che somiglia a quella di una mucca che guardi un treno passare ed inutile, così viene da commentare almeno di primo impatto, cercare di spiegare che non è colpa del giudice se da la messa alla prova ad un minorenne ma eventualmente delle leggi che la prevedono nei confronti di questo tipo di soggetti anche per reati gravissimi come lo stupro e che l'accertamento dei fatti nulla c'entra con il fatto che l'infradiciottenne non venga messo in galera. Nel mentre, sulla rete nazionale, Pippo Baudo faceva pubblicità a Lupi augurandogli ogni bene possibile per le candidature future e mettendone in luce l'arguzia politica. Tutto ciò accadeva circa una settimana fa. A fronte di scenari del genere capirete bene che la prima reazione potrebbe essere quella di prendere un aereo ed emigrare in un posto dove esista un minimo di civiltà, succesivamente però mi è tornata alla mente la domanda fatta a Bruno Tinti nel corso dell'intervista concessa al "Buon Caffè" all'interno della quale l'ex magistrato sosteneva che bisognasse andare avanti, fondamentalmente, per la speranza. Sperando, appunto, che non sia una pia illusione saluto tutti i lettori del "Buon Caffè" al mio personalissimo ritorno dalle "vacanze".


Pier Francesco Poli

domenica, novembre 01, 2009

...anche Bersani, basta che funzioni!



Una settimana dopo aver votato, provo a fare un punto di come ho vissuto queste primarie del PD (non le prime, avendo già partecipato a quelle per il candidato Premier nel 2005 e per il candidato Sindaco nel 2006, ma avevo saltato il turno la volta prima, schifato dalla farlocchitudine del plebiscito pro-Veltroni).

Va detto che queste primarie sono iniziate per me a giugno, dopo il disastro delle europee non tanto per il risultato del partito di Franceschini ma per il fallimento dell'ultima chance che avevo dato, da elettore, ad una formazione di sinistra "di governo", ritenendo Di Pietro un valido pungolo ma che non basta per vincere le elezioni e riportare in carreggiata questo Paese.
Nel pieno dello sconforto causato dal non vedere grosse alternative, perchè Franceschini mi ha sempre fatto tutto sommato pena, così inadeguato in un ruolo troppo più grande di lui e così indeciso sull'atteggiamento da avere con Berlusconi (ieri dialogo, oggi antiberlusconiano, domani minestrone...), mentre Bersani, pur stimandolo come ministro (credo che le liberalizzazioni da lui proposte ed osteggiate dalla peggiore destra di governo d'europa siano alla fine della fiera quanto di meglio abbia fatto il Governo Prodi, nel suo breve cammino) non mi sembrava l'uomo in grado di spostare chissà quali masse di elettori, vedo che si candida un personaggio di cui già avevo apprezzato molte prese di posizione, Ignazio Marino.

Sulle prime penso che certo i temi etici sono importanti, ma non bastano, proprio come non basta parlare solo di giustizia per Tonino, ma mi ricredo in fretta perchè il candidato Genovese mostra di avere le idee chiare anche su temi come l'energia, l'istruzione, la flessibilità nel mondo del lavoro, la giustizia ed i conflitti d'interesse, la democrazia interna al partito... insomma, mi conquista con il suo parlare di cose concrete e non di sesso degli angeli come Veltroni, decido di iscrivermi per sostenerlo anche nella fase precedente alle Primarie, quella dei congressi di circolo e poi nazionale.

Ho così modo di riavvicinarmi ad un mondo di persone che con la fine dei DS avevo frequentato in modo diverso, più distaccato, e lo trovo incredibilmente vivo rispetto a come mi era apparso ultimamente. Mi viene confermato da chi era rimasto dentro che queste Primarie hanno riavvicinato molte persone al partito, e non è un caso: se per due anni non si discute di nulla, appena ne dai l'opportunità chi nel fare politica crede davvero non vede l'ora di far sentire la sua voce, in contesti più seri di una manifestazione colorata.

Arrivano i congressi di circolo, poi quello nazionale, infine le primarie... non vi nascondo la mia parziale delusione, speravo che a voler mettere sul serio il turbo al PD fossimo in più del 12,77% di chi vi guarda interessato, anche se non è detto che lo voterà... però consapevole della mancanza di alternative credibili, almeno per me, provo a guardare i lati positivi di questo esito:

1) 3 milioni e rotti hanno indicato chiaramente che i leader (ed i candidati) in linea di principio vanno scelti con le Primarie, non con giochetti verticistici. E' qualcosa che manca totalmente in qualunque altro partito o formazione politica italiana, anche quelle che si pongono come alfieri del cambiamento e del rinnovamento, siccome la democrazia non va mai considerata scontata, ma bisogna conquistarla, non è una cosa da poco.
2) la sempre maggiore importanza della rete, perchè se i primi due candidati sono stati comunque presenti sui media nazionali, il 12,77% di Marino è tutto figlio del passaparola web, di persone culturalmente più progredite e che approfondiscono maggiormente i temi di loro interesse... non è una rivoluzione che nasce dalle primarie, ma un segno (positivo, per una volta) dei tempi che cambiano; segno che non attenua minimante, sia chiaro, l'atteggiamento scandaloso di un giornale come Repubblica, il cui fondatore dimostra da tempo di aver perso tutto lo smalto di un tempo, ma parla comunque di tutto come se fosse un professore.
3) non ha vinto il peggior candidato dei 3, quello che avrebbe continuato con i suoi tentennamenti a far scivolare il partito sotto ai risultati minimi dei singoli DS...
4) se ne va Rutelli, insieme a quasi tutti i teodem, verso la loro naturale casa, i postdemocristiani. Dice di non riconoscersi in questo partito, ma credo che ben pochi si riconoscessero in lui...
5) Bersani. Non è semplicemente "un Dalemiano", quello si può dire di un "la torre", di una "finocchiaro o turco"... era il candidato più quotato di vincere, e Dalema ha deciso di appoggiarlo per non perdere anche DENTRO al partito, oltre che fuori. Insomma, questo emiliano dallo sguardo forse un po' triste ma pieno di idee ha una sua storia personale, sa come si organizza un partito, parla alla gente di cose che capiscono, cioè l'economia, il lavoro, le case... spero riesca a ripetere il miracolo prodiano, anche se non voglio eccedere con l'ottimismo.

Come diceva il protagonista dell'ultimo capolavoro di Woody Allen: "qualunque cosa, basta che funzioni!"
Questo paese ne ha tremendamente bisogno, ed il centro sinistra in particolare.

venerdì, ottobre 30, 2009

Il quadro d'insieme

Il caso Marrazzo ha sicuramente alimentato una miriade di discussioni, sia nelle tribune politiche sia tra la gente comune, tra gli elettori italiani, tra gli italiani medi.
In questi ultimi giorni, girando su internet e sui social network, mi sono imbattuto in una serie di battute più o meno riuscite e più o meno volgari il cui succo, alla fine, era che invece che andare a donne (escort) come quelli di centrodestra, quelli di sinistra preferiscono l’altra parrocchia.
Tolto l’evidente sessismo della battuta (che non deve entrare nel merito della discussione) trovo che, forse, a chi ride e plaude queste affermazioni sfugga il quadro di insieme.

Il caso Marrazzo è un caso, a tutti gli effetti di coscienza privata: tento di spiegarmi.
Nonostante io trovi che le dimissioni di Marrazzo siano niente di più che un atto dovuto ai propri elettori, trovo altresì innegabile una serie di fatti: il presidente della regione Lazio è andato con un transessuale, pagando di tasca propria le prestazioni e giungendo in via Gradoli, sì, con la macchina della regione ma là dove lo statuto di quella regione permette l’uso privato dell’auto blu.
Quindi, in conclusione, a parte il caso di coscienza e, ripeto, privato, che Marrazzo dovrà affrontare con sé e con la sua famiglia, il suo unico grosso errore e la sua unica imperdonabile colpa è stata quella di rendersi ricattabile a livello politico da coloro che detenevano alcuni filmati che lo riprendevano con il trans.
Passiamo ora dall’altra parte del muro.
Il presidente Berlusconi ha trascorso alcune bollenti notti di passione con delle escort (termine gentile per dire prostituta) sia nella sua villa in Sardegna che a palazzo Chigi.
Fin qui il caso sarebbe identico a quello di Marrazzo e, cioè, una semplice questione privata; quello che cambia è che, per non rendersi ricattabile o, anche, per ripagare la gentilezza di queste donne, Mister B. ha ritenuto che dar loro dei posti in alcune fiction se non, addirittura, promettere loro una candidatura (vedi caso D’Addario) fosse più appropriato.

È questa la sottile quanto pesantissima differenza: Marrazzo sarà pure andato a trans ma la sua unica colpa è quella di non essere stato trasparente col proprio elettorato; Berlusconi è altresì andato a donne e lo ha fatto pagando con i soldi pubblici i loro spostamenti e promettendo, in cambio, dei favori politici.
Se Marrazzo, come è giusto che sia, si è dimesso, Berlusconi dovrebbe riuscire a cambiare addirittura pelle.
In ultima istanza mi permetto di sollevare un personale dubbio: il fatto che Berlusconi abbia chiamato Marrazzo dicendogli che aveva dei filmati che lo riguardavano, risalenti al Luglio scorso (badate bene alle date) e il fatto che il caso del presidente della regione Lazio sia uscito solo in Ottobre, è un grande gesto di cortesia da parte del cavaliere che ha trattenuto la notizia più che ha potuto oppure, forse, un mossa politica (peraltro mal riuscita) per tentare di far passare inosservata la condanna in secondo grado dell’avvocato inglese Mills passata in giudicato questa settimana?
Riflettete.


Marco Tiboni

martedì, ottobre 27, 2009

Week end col morto


Un fine settimana colmo di novità, per la politica e i palazzi del potere italiani.
Un fine settimana tristemente uguale a tutti gli altri per i cittadini strozzati da un recesso che, nonostante il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, continua a mietere vittime. E, probabilmente, il peggio deve ancora venire. Nel 2006, ultimo anno di governo Berlusconi III e susseguente "vittoria di Pirro" dell'Unione di Romano Prodi, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo - cioè l'indice di ricchezza del Paese - toccava lo stellare 106,5 %. Nel 2007, dopo la finanziaria di sangue di Padoa Schioppa e Visco si raggiunse un decente 103,5 %. Da quando Silvio Berlusconi è tornato al governo con l'osanna degli italiani, l'indebitamento e la povertà del paese hanno ripreso a volare sempre più in alto, come il mitico spot di Mike Bongiorno con la grappa: 105,8 % nel 2008, le previsioni (ottimistiche) per il 2009 dicono 109,3 %, per il 2010 110,3 % (fonti: Ministero dell'economia e Commissione UE per gli affari economici).
Le misure contro la crisi? Meglio delle brioches di Maria Antonietta: la buffonata della social-card e lo scudo fiscale. Che, per la cronaca, è una misura che incentiva l'evasione fiscale e il conseguente impoverimento del Paese. Il deus ex machina di queste virtuose riforme è Giulio Tremonti. Cosa si fa, in Italia, ad un così bravo ministro dell'economica? Lo si innalza a vice-premier, per meriti aquisiti sul campo. E' la meritocrazia di Brunetta.


Le novità, dicevamo. Mentre gli italiani si trovano stritolati dalle banche, dalle tasse e da un benessere finto, il Partito Democratico convoca il proprio popolo per decidere il nuovo segretario. Sarà Massimo D'Alema. Ovviamente non lui in prima persona. Si sa, lui è molto intelligente. Così ha schierato la sua squadra di yesmen (Finocchiaro, Latorre, Minniti, capitanati dall'ineffabile Penati) per sostenere la candidatura di Pierluigi Bersani, l'uomo nuovo che fa politica da quando aveva i calzoni corti e il partito in cui militava si chiamava Partito Comunista Italiano. Era quello di cui il Piddì aveva bisogno: Bersani, piacentino simpatico e con le mani in pasta nelle cooperative rosse, è un assiduo frequentatore del meeting di Comunione e Liberazione di Rimini ed ha già annunciato un progressivo distaccamento dall'alleato principale Italia Dei Valori (unico partito che ad ogni consultazione raddoppia i consensi); casualmente, quello che Berlusconi chiede ai democratici da sempre. Ma, è chiaro, siamo di fronte ad una manovra intelligente. E' di D'Alema. Lo sarà per forza.

Dopo lo scandalo puttanopoli, ora nelle mani della magistratura di Bari, nuovi guai sessuali per i politici made in Italy. Piero Marrazzo, governatore del Lazio in quota Pd, è prossimo alle dimissioni. Era ricattato da quattro carabinieri per una video con una prostituta transussuale. Ora ha annunciato che si ritirerà nel convento di Montecassino per riflettere sull'accaduto e prendere ogni decisione con serenità. Non vorremmo però che il Marazzo ci caschi ancora: quale posto è più idoneo per sessualità turbate di un'abbazia cattolica?
Ovviamente Silvio Berlusconi, l'uomo che non ha tempo da perdere per i processi e colui che ha "introdotto la moralità nella politica italiana", ha personalmente visionato il video ed ha addirittura avvisato il governatore del Pd prima che emergesse la vicenda. Ci chiediamo, forse con una punta di ingenuità: ma cosa deve fare ancora il Cavaliere per convincere gli italiani che non c'è soggetto peggiore di lui per gestire con trasparenza la cosa pubblica?


Nel frattempo da Milano i giudici della Corte d'Appello hanno confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per David Mills, avvocato inglese della Fininvest, per corruzione in atti giudiziari: avrebbe mentito previa ricompesa per salvare Berlusconi nei processi All-Iberian 1 (corruzione) e Sme-Ariosto (corruzione in atti giudiziari). In attesa che sbuchi un Cicchitto, un Capezzone, un Gasparri, un Bonaiuti, un Bocchino o uno qualunque dei BerlusCloni che hanno invaso il paese, notiamo che la posizione del Cavaliere, stralciata da quella di Mills grazie al Lodo incostituzionale Alfano, verrà esaminata da un nuovo collegio di giudici non prima della fine dell'anno e il processo, per lui, dovrà rincominciare dapprincipio. Se avete un euro, scommettetelo sulla prescrizione del reato (abbreviata grazie alla legge ex-Cirielli, voluta da Berlusconi stesso nel 2005). Non sarà un euro sprecato.

Ah, mi ero dimenticato. A Clemente Mastella, europarlamentare del Popolo delle Libertà, hanno arrestato la famiglia. Ma, in fondo, non è un novità.

giovedì, ottobre 22, 2009

La barzelletta che non fa ridere




Ieri leggendo il giornale, mi sono imbattuto in un articolo edito, nella sua versione originale, sul Washington Post e scritto da Anne Applebaum, riportato in Italia da “il Fatto Quotidiano” e tradotto da Carlo Antonio Biscotto ma al quale, forse, non è stata data la rilevanza che avrebbe meritato.
L’articolo mi ha dato un profondo spunto di riflessione e, soprattutto, mi ha colmato il cuore di amarezza; l’oggetto in analisi era la straordinaria popolarità che Berlusconi sembra avere in Italia, nonostante la sua vita privata e pubblica sembri essere piena di ombre (neanche tanto nascoste).
La Applebaum si meravigliava di come il voto fosse ancora dalla parte di una persona che ha pendenti diversi processi e, senza dubbio, una condotta di vita discutibile.

L’analisi della giornalista si spingeva, poi, indietro nel tempo, spiegando ai lettori americani come gli anni Novanta avessero, con Tangentopoli, creato un vuoto politico lestamente riempito dall’uomo nuovo (?) Silvio Berlusconi, pronto a parlare di temi forti come immigrazione e riforme fiscali ma che, alla fin fine, aveva fatto carriera nel vecchio sistema e non aveva, poi, mantenuto nessuna delle promesse fatte, più attento a tenere i propri amici e collaboratori lontani da guai giudiziari.
Sconfinando quasi nella psicologia politica la Applebaum faceva notare come, in un paese abituato a cambiare governo ad ogni cambio di stagione, la figura di Berlusconi desse un’illusoria stabilità agli elettori, confusi da una sinistra disorganizzata e da un centro-destra recentemente sconvolto dagli scandali delle tangenti.
Ovviamente, l’articolo, riconosce l’influenza che ha la proprietà delle tv Mediaset e il controllo, in quanto premier, della Rai nel risultato elettorale ma, ancora, non trova una motivazione concreta che spieghi il largo successo di quest’uomo.
E qui, la stangata.

L’analisi della Applebaum si conclude trovando il motivo della popolarità di Berlusconi nel suo essere italiano.
Mi spiego meglio: la giornalista dice che il fatto di essere un arraffone, un truscione, chi più ne ha più ne metta, e il fatto di esserlo rimanendo impunito ne fa, agli occhi degli italiani (di conseguenza arraffoni e truscioni) un modello e un esempio; colui che tutti vorremmo essere.
Insomma, lo stereotipo dell’italiano che si arrangia come può, anche frodando la legge, ci perseguita ormai da più di un secolo ma, tutto sommato, se è vero che la classe politica è specchio del paese che governa, vista l’immagine che diamo all’estero, non possiamo neanche lamentarci più di tanto.
Se, invece, come spero, la Applebaum si sbaglia, dovremmo fare quanto più possibile per rinnovare la nostra immagine agli occhi di un osservatore esterno e, finalmente, porre fine a questa barzelletta che fa piangere.

Marco Tiboni

martedì, ottobre 20, 2009

Lo strano caso del sig. B.


Forse esagera Furio Colombo, nell'editoriale di prima pagina de il Fatto di oggi, a scrivere che "Silvio Berlusconi, primo ministro italiano, ha deciso di aprire una trattativa con lo Stato italiano [...]. Ha presentato 'il suo papello'". Forse esagera, dicevamo. Ma forse no.
Il presidente del Consiglio è aduso ad un linguaggio ed a modi che di certo non lo avvicinano allo statista che vorrebbe far credere di essere. Anzi, al Cavaliere piace il ricatto. Giusto per citare il caso più vicino e lampante, quando il Parlamento varò l'ormai celebre lodo Alfano - prima legge entrata in vigore dopo la vittoria alle elezioni dell'aprile 2008 - qui sul Buon Caffè per sottolineare l'insolita procedura titolammo Quando il premier chiede il pizzo. Quell'articolo, vecchio più di un anno, potrebbe essere ripubblicato oggi. Nessuno si accorgerebbe di nulla. Questo piccolo ragionamento serve per consegnare al lettore una rilfessione: l'Italia è succube di Silvio Berlusconi. Meglio, è paralizzata da quest'uomo. Così, mentre il resto del mondo cammina, cresce, corre, inciampa, si rialza, inciampa di nuovo, migliora, noi siamo qui, fermi immobili, a discutere e ridiscutere di tutto e su tutti. Su quest'omino di Arcore, dai modi spicci, dall'eloquenza fluente e dal conto in banca a più cifre. Mentre il treno ci passa davanti.

Intendiamoci, noi italiani - di treni - ne abbiamo davvero persi parecchi. Troppo deboli per creare una nazione in tempo da formare anche un popolo, troppo incapaci per seguire i protestanti nella riforma religiosa che sarà la chiave dell'evoluzione dei popoli europei, troppo vigliacchi per ribaltare un dittatore vecchio, tronfio e crasso, capace solo sessant'anni fa di renderci protagonisti della più grande infamia che il Novecento ricordi, troppo esaltati quando, nel biennio 1992-94, abbiamo avuto l'incredibile occasione di ripartire con nuove regole, senza più terrorismo nè Guerra Fredda.

Ma un popolo dovrebbe riuscire - questo è il senso della democrazia - ad investire di potere temporaneo persone meritevoli di tale potere. Se Aznàr, alla conclusione di due brillanti mandati, mente alla Spagna alla vigilia delle elezioni, gli spagnoli lo mandano a casa, affidandosi allo sconosciuto Zapatero che diventerà uno dei leader europei maggiormente apprezzati. Se la Merkel dopo un sostanziale pareggio elettorale decide di fare una Grosse Koalition con l'opposizione, dopo cinque anni di buon lavoro i tedeschi apprezzano e alle nuove consultazioni le conferiscono una maggioranza tale da formare un proprio governo autonomo. Così funziona la democrazia.

In Italia nulla è come in Europa.
L'Italia, come sottolineava il Times settimana scorsa, è la vera anomalia. E Silvio Berlusconi rappresenta, oltre ogni ragionevole dubbio, la più macroscopica tra le anomalie che affligono questo Paese.
Ma, davvero, basta un po' di buona volontà e di buon senso per accorgersene. Esempi? A bizzeffe.


Il Giornale (editore Paolo Berlusconi, fratello del Silvio de quo) in edicola oggi: lunga articolessa di Vittorio Feltri, il direttore, che accusa Corrado Augias, storico corrispondente da Parigi, prima, e da New York, poi, di Repubblica, nonchè brillante scrittore, di essere una spia dei servizi segreti cecoslovacchi ai tempi del Muro di Berlino. La colpa di Augias? Scrivere su Repubblica, giornale ultimamente piuttosto avverso al premier. Feltri, purtroppo per lui, di spie ne capisce un po' pochino. Eppure c'ha il pallino: le vede dove non ci sono e non le vede dove ci sono. Nel 1998 diede per certo che il senatore dei Ds Gerardo Chiaromonte, poi scomparso nel 2003, fosse una spia del Kgb: si è preso una condanna in primo grado a 18 mesi per diffamazione. Dal 2000 invece si porta appresso un vice direttore, Renato Farina, nome in codice Betulla, che per arrotondare spiava i colleghi su ordine del Sismi, il servizio segreto italiano. Il prode Betulla ha patteggiato sei mesi di reclusione per il sequestro di Abu Omar ed è stato radiato dall'ordine dei giornalisti. Eppure scrive ancora con Feltri e Berlusconi, commosso, gli ha pure regalato un seggio in Parlamento. Onorevole Betulla. Suona molto meglio.

Ma non di soli Feltri si nutre il Cavaliere. Sempre sul Giornale c'è un tale, si chiama Gian Marco Chiocci ed è un tipo simpatico. E' l'unico che riesce a scendere più in basso di Feltri, il quale girerà sì per la redazione con lo scolapasta in testa, ma a tutto c'è un limite. Ecco, Chiocci è come la nota marca di orologi: no limits. Spara infatti il nostro cronografo dattiloscrivente un titolone da nove colonne: "Rita (Borsellino, sorella del giudice Paolo - ucciso dalla Mafia il 19 luglio 1992 nella Strage di Via D'Amelio - ed europarlamentare Pd) la moralista che compra casa dal mafioso". Il messaggio è chiaro: chi tocca i fili muore. Soprattutto perchè la famiglia Borsellino non nutre grande affetto per Berlusconi, il quale è stato citato proprio dal giudice nella sua ultima intervista prima di morire come indiziato di traffici mafiosi al nord.

I casi citati, tutti su Il Giornale di oggi, sono solo il quotidiano manganellamento dei berluscones ufficiali. Poi a dare manforte ai megafoni di Arcore ci sono i "terzisti". Sul Corriere della Sera di ieri, l'esimio prof. Angelo Panebianco spiegava che esistono tre specie di homo sapiens che si interessano di politica: "l'estremista, il fazioso e il pluralista". Ecco, il pluralista, nella folle visione di Panebianco e della sua barba, è quello che di fronte alla racket berlusconiano risponde con un pacato: parliamone. Il pluralista è la vittima del ricatto. E colui che paga il pizzo. E chi grida all'ingiustizia, allo scandalo, all'indignazione deve solo scegliere dove accomondarsi: se tra gli estremisti o i faziosi. Consigliamo a Ferruccio de Bortoli, direttore in via Solferino, di chiamare la neuro.

Nel paese che elegge Silvio Berlusconi, se un tribunale civile condanna la Fininvest perchè la Corte di cassazione sancisce che alcuni suoi avvocati hanno corrotto un giudice per cambiare l'esito di una sentenza, questo magistrato civile diventa "un nemico di Berlusconi", pertanto va pedinato, registrato e esposto alla gogna mediatica. Ma, diavolo, e tutto il casino sulla privacy, sulle intercettazioni, sulla violazione della riservatezza? Era, evidentemente, solo per nascondere le prostitute che il presidente del Consiglio piazza nel suo letto, in Parlamento o in qualche fiction Rai. Questo è il servizio pubblico. O, più propriamente, servizietto.

venerdì, ottobre 16, 2009

Wonder-wall

Una stanza immersa nella penombra.
La tv proiettava immagini confuse.
Una folla entusiasta si abbracciava.
Ragazzi urlanti si arrampicavano felici oltre un muro colorato.
Lo stavano scavalcando aiutandosi l’un l’altro.
Lo distruggevano a picconate.
Si passavano pietre e calcinacci.
Guardavo il telegiornale sforzandomi di apparire concentrata, volevo far vedere quanto fossi brava. Mi avevano detto di mettermi lì davanti buona e ferma, perché quello era un momento IMPORTANTE, uno di quelli che-avrebbero-cambiato-il-mondo.
Avevo quattro anni e mezzo e il muro di Berlino non c’era più.
Diciannove anni più tardi la “Lehman Brothers” ha dichiarato fallimento.
Come si possono ricollegare questi due eventi tanto lontani nel tempo quanto nello spazio?
Nel 1989 il crollo del muro non ha solo sancito definitivamente la fine di una sanguinosa dittatura, di un’ideologia politica (il comunismo) ed economica (l’economia pianificata); ma ha decretato automaticamente la vittoria dell’avversario: gli Stati Uniti d’America.
Gli Stati Uniti avevano trionfato, il loro modello era quello giusto, quello migliore, quello vincente sotto tutti i punti di vista (economico, politico, sociale, ideologico…).
Senza più rivali si ritrovarono ad essere il riferimento unico del mondo.
Non semplicemente gli Stati Uniti d’America, ma gli Stati Uniti esattamente come erano a quel tempo, ossia nel 1989.

Nel 1989 Ronald Reagan concludeva il suo secondo mandato, lasciando la Casa Bianca nelle mani del suo ex-vicepresidente (eletto presidente) George Herbert Walker Bush.
La cosiddetta “rivoluzione reaganiana” era stata portata a termine e quest’ideologia si era radicata nel paese.
In che cosa consisteva?
In una politica neoconservatrice accompagnata da un viscerale anticomunismo e in ambito economico da un marcato liberismo.
Figura di spicco nella politica economica reaganiana fu Milton Friedman (Nobel nel 1976 esponente del pensiero monetarista) consigliere economico di Reagan appartenente alla Mont Pelerin Society. Tra i 76 consiglieri economici di Reagan 22 erano membri della Mont Pelerin Society (associazione liberista e liberale con idee di deregolamentazione nei mercati).
Il pensiero monetarista, che aveva preso campo negli anni ’80 osteggiando la precedente teoria Keynesiana , si ritrovò nel 1989 insieme all’America vincitore incontrastato.
La Storia aveva dato ragione agli Stati Uniti e l’Economia al Monetarismo (così sembrava), che avevano sbaragliato i loro nemici.
Così questo pensiero economico si è diffuso pervadendo la scena economica, modificandosi e cambiando negli anni (Scuola neoclassica, a cui fa riferimento Robert Lucas, la Scuola del vero ciclo economico…), ma senza mutare alcuni concetti di fondo.
Ossia la convinzione che i mercati fossero efficienti, che fossero in grado di incanalare in maniera positiva l’egoismo individuale verso il benessere comune, che andassero quindi lasciati liberi, senza vincoli, che le regole e lo stato fossero negativi.


Durante la presidenza Reagan il New Deal di Roosvelt venne lentamente ed inesorabilmente smantellato, le politiche di Welfare furono distrutte, poiché erano considerate inefficienti e inutili per la società. La disuguaglianza smise di essere percepita come iniqua e incominciò ad essere vista come un mezzo per stimolare la competizione tra gli individui, senza preoccupazione alcuna per la perdita di capitale umano.
Lo Stato venne progressivamente ritirato dall’economia, non doveva intervenire né per la produzione di beni pubblici misti (quali sanità ed istruzione, mentre continuava a finanziare in maniera massiccia la Difesa) né con interventi di politica fiscale volti allo stimolo dell’economia, questa veniva ritenuta superflua se non dannosa.
Nemmeno per risolvere le crisi economiche (come quella dell’anno passato), poiché regnava la convinzione che il sistema economico e finanziario si fosse così evoluto da aver eliminato questo problema per sempre.
“Il problema centrale, quello di come scongiurare le depressioni è stato risolto”sosteneva Robert Lucas nel suo discorso all’American economic association nel 2003.
La concorrenza eliminava le posizioni di rendita generando benessere, i mercati erano considerati efficienti, i prezzi incorporavano tutta l’informazione disponibile, le aspettative razionali, i prezzi seguivano un random walk e gli shock esogeni.
La corrente macroeconomica opposta provò ad obbiettare, ma senza ottenere un grande successo.
Il motivo?
Il sistema sembrava funzionare.
La Storia e l’Economia avevano dato ragione agli Stati Uniti, gli Stati uniti d’America esattamente come erano nel 1989.
L’Economia?

Crack
Nel 2008 la “Lehman Brothers” è fallita assurgendo ad emblema della più grande crisi mai avvenuta dopo la Grande Depressione (così si dice).
Secondo Paul Krugman (premio Nobel 2008): “ I politici con ideologie reaganiane hanno smantellato la regolamentazione del New deal che ha prevenuto le crisi bancarie per mezzo secolo, seguendo la convinzione che i mercati se la cavassero bene da soli. Il risultato è stato rendere il sistema finanziario vulnerabile per una crisi tipo quella del 1930, infatti, la crisi è arrivata”.
Quest’altro crollo ha decretato un’altra fine, quella di un pensiero che in economia è durato quasi trent’anni.

“E voi chi pensate sia stato a sognare tutto ciò?”
D’un tratto ci si è accorti che la concorrenza non aveva eliminato le posizioni di rendita (crescita negli ultimi anni delle rendite manageriali e finanziarie), che i mercati erano tutt’altro che efficienti, pieni di esternalità che ne avevano annullato le proprietà di efficienza, che le ipotesi alla base di molti modelli erano troppo semplificatrici.
Krugman nota come il benessere collettivo non sia aumentato in America: “Tra il 1980 e il 2007 il reddito reale di una famiglia americana della classe media è aumentato solo del 22%, meno di un terzo della sua crescita nei precedenti 27 anni”.
Il ciclo economico non è stato sconfitto.
Lo Stato ritorna prepotente sulla scena, armato di un’armatura scintillante e di una spada invincibile come nelle fiabe.
Dunque questo crollo ha anch’esso decretato automaticamente la vittoria dell’avversario, ossia della corrente di pensiero economica di stampo Keynesiano (Neokeynesiano…)?
Purtroppo non ne sono convinta. Le idee Reaganiane hanno radici molto profonde nella società e sono sostenute da forti centri di potere difficili da contrastare.
Quindi?
Berlino
Lo scorso Capodanno sono stata in vacanza a Berlino. Città meravigliosa e affascinante per il carico di storia recente che raccoglie in sé.
Una sera io e i miei amici abbiamo domandato alla famiglia che ci ospitava com’è stato vivere a Berlino ai tempi del muro. Ci hanno risposto così:
“Finché abbiamo avuto il muro, non è stata una cosa di cui ci accorgevamo molto, per noi era normale. E’ stato dopo, quand’è stato distrutto che abbiamo realizzato che cosa ci eravamo persi in tutti quegli anni.”
Solo quando un muro viene polverizzato si può finalmente vedere il paesaggio che nascondeva dietro di sé.
E noi?
Cosa c’è dietro il nostro muro?
Cosa ci aspetta dopo questa crisi?
Cosa ci siamo persi fino ad ora?

Elena Briata


Fonti:
Articolo “E se la crisi fosse un toccasana per la teoria?”, sole 24 ore, Lippi e Marengo.
Articolo di Paul Krugman pubblicato su Internazionale n 813, 18 settembre 2009.
Articolo di Paul Krugman “All the president’s zombies” pubblicato sul sito del New York Times, 23 agosto 2009.

Coppa Gasparri: Mariastella Gelmini

L’insindacabile giuria del Buon Caffè, dopo un lungo periodo di inattività, è lieta di assegnare la prestigiosa Coppa Gasparri alla plastica e dinamica ministra della Pubblica Distruzione Mariastella Gelmini:

18.12.2008

"Per la prima volta in Italia dopo la riforma Gentile del 1923 si mette mano alla scuola con una riforma organica di tutti i cicli (elementari, medie, superiori). […] Le famiglie potranno scegliere il modello “inglese potenziato”, cioè 5 ore di inglese settimanali.”

16.10.2009

“Meno inglese, più italiano
così cambia la scuola superiore” (La Repubblica)

Perché spesso di meno è di più!

martedì, ottobre 13, 2009

Povera Italia, povera Europa!

Qualche giorno fa in un referendum gli irlandesi hanno dato il via libera alla ratifica del Trattato di Lisbona, ponendo fine – si spera – ad una lunga e difficoltosa gestazione iniziata nell’ottobre 2004 (anno quarto del Secondo Basso Impero a casa nostra), quando i leaders di tutta Europa si incontrarono a Roma con un frizzante Berlusconi reduce dalla non troppo lontana bocciatura del lodo Schifani – Meccanico per celebrare la nascita del Trattato che istituisce una costituzione per l’Europa. La mala sorte in cui sarebbe incorso l’ambizioso documento era già preannunciata dalla goffezza del nome. Dopo la ratifica parlamentare e referendaria di alcuni stati, la neonata carta fu freddata dalla doccia dei “no” referendari francesi e olandesi.
Nell’ottobre 2007, dopo una “pausa di riflessione”, l’Europa a ventisette si ritrovò a Lisbona per firmare l’omonimo trattato, sostitutivo della sfortunata costituzione. Nonostante fosse chiaro che si trattava di un cattivo surrogato ampiamente svuotato del suo significato, anch’esso conobbe una battuta d’arresto durante il processo di ratifica, quando fu rigettato dal voto negativo degli irlandesi nel referendum del giugno 2008. Dopo un primo periodo di sconforto, una commissione parlamentare irlandese statuì curiosamente che “non ci sono ostacoli giuridici al fatto che in Irlanda si svolga un secondo referendum sul Trattato di Lisbona". Detto fatto: dopo una massiccia campagna di sensibilizzazione il popolo dei trifogli tornò al voto lo scorso 2 ottobre esprimendo parere favorevole alla ratifica del Trattato.
A casa nostra la notizia non ha trovato molta risonanza soprattutto perché siamo nell’anno secondo del Quarto Basso Impero, Berlusconi l’Europa la conosce solo come malattia e d’ogni modo è molto più preoccupato dall’esito negativo dell’esame di costituzionalità del “non – lodo Alfano”.

Il primo bilancio sul processo d’integrazione europea è peraltro chiaro: in tutti i paesi in cui Costituzione o Trattato sono stati oggetto di consultazione popolare sono stati (almeno una volta) bocciati, fatta eccezione per Spagna e Lussemburgo. Il primo irlandese addirittura aveva scatenato la gioia di tutti i celti, anche quelli padani, che per bocca di uno dei loro druidi affermavano: “Un grazie al popolo irlandese per il suo voto. Tutte le volte in cui i popoli sono stati chiamati a votare hanno bocciato clamorosamente un modello di Europa che viene vista lontana dai popoli stessi.”
Nessuno peraltro sembra essersi chiesto, al di là delle previsioni statutarie dei varî stati membri, se il referendum sia davvero lo strumento adatto a questo tipo di decisioni. Siamo tutti d’accordo che sia il popolo a doversi esprimere su, per esempio, i grandi temi etici (aborto, divorzio, fecondazione assistita etc.), ma siamo davvero sicuri che sia lo stesso popolo a dover (e poter) decidere se introdurre la personalità giuridica dell’Unione Europea, se abolire la presidenza a rotazione, se superare l’attuale struttura a tre pilastri? Dopotutto nel ’47 nessuno chiese al popolo italiano se intendesse approvare la Costituzione Repubblicana che tanto lo riguarda. A maggior ragione nel caso di specie, in cui si tratta di modifiche tutto sommato modeste, come vedremo, e di carattere tecnico, una consultazione popolare può rivelarsi un’arma a doppio taglio: perché si scontra con un elettorato che fondamentalmente non ha la possibilità di conoscere davvero la materia del quesito referendario. I parlamenti dovrebbero invece essere diretta espressione delle preferenze della popolazione ed i parlamentari dovrebbero essere persone esperte di amministrazione dello stato (o quanto meno ben informate), e dunque in grado di valutare la bontà di un trattato europeo.

Ma cos’è, o cos’era il Trattato che istituisce una costituzione per l’Europa e in che differisce il Trattato di Lisbona?
Il primo, detto costituzione nella vulgata giornalistica, lungi dall’essere una carta costituzionale nel senso noto agli ordinamenti degli stati membri, avrebbe tuttavia introdotto alcune significative modifiche mirate a rendere la UE più protagonista a scapito degli stati membri. In particolare essa prevedeva una semplificazione degli strumenti normativi dell’unione e l’introduzione delle “leggi europee”, l’istituzione di un ministro degli esteri europeo, un ridimensionamento della Commissione atto a renderla un vero organo di governo e non più un organo in cui ogni stato membro ha il diritto di essere rappresentato. L’Unione avrebbe acquistato personalità giuridica e le decisioni sarebbero state prese a maggioranza degli stati membri e della popolazione, abbandonando il criterio della “ponderazione”. Inoltre, visto che la forma è sempre contenuto, la costituzione europea introduceva tutta una serie di simboli, denominazioni e figure tipiche dei tradizionali stati nazionali, rafforzando un’idea di “Stati Uniti d’Europa”, piuttosto che di una federazione di stati indipendenti.
Tutto ciò ai francesi e agli olandesi non è garbato ed in seguito al loro no le istituzioni europee e gli stati membri si sono dati da fare per redigere una versione edulcorata della carta, conosciuta come Trattato di Lisbona, in cui scompaiono tutte la simbologia unitario – nazionale, scompaiono le “leggi europee”, che tornano a chiamarsi direttive, regolamenti etc. etc.
Soprattutto restano in vigore tutti i trattati che sarebbero stati superati, abrogati ed incorporati nella costituzione: Trattato sull'Unione Europea, Trattato che istituisce la Comunità Europea, Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, Trattato EURATOM. Dell’iniziale impeto riformatore restano invece il rafforzamento della figura dell'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (PESC), che però non assume il titolo di “ministro”, l’abolizione della presidenza a rotazione ed alcune altre semplificazioni dei meccanismi decisori.
Ma l’aspetto più interessante è che accanto a qualche timida misura unificatrice, ne vengono introdotte anche alcune che invece rafforzano il ruolo degli stati membri. Così i parlamenti nazionali avranno più tempo a disposizione per esaminare le normative europee, prima di tradurle in legge nazionale, le competenze di stati e Unione vengono delimitate in maniera più netta e viene esplicitamente introdotta la possibilità di trasferire competenze anche dall’Unione agli stati. Infine viene prevista una clausola di recesso in base alla quale i membri possono uscire dal trattato.
Così mutilato, il Trattato di Lisbona approda dopo lungo e arduo iter di ratifiche al fatidico sì irlandese per poi arrestarsi davanti ad un campione di euroscetticismo, il presidente ceco Vaclav Klaus, che accampando scuse inconsistenti si rifiuta di firmare la legge di ratifica già approvata dal parlamento.

Insomma, il messaggio è chiaro: l’Europa unita, quella che sognava Altiero Spinelli, è una creatura delle istituzioni e non della popolazione. Ci si può stracciare le vesti e considerarla un fallimento, oppure ci si può rassegnare all’idea, neanche poi tanto cattiva, che sia proprio questa Europa delle istituzioni a dover “fare gli Europei”, e non viceversa. Proprio noi Italiani dovremmo capire bene di cosa si tratti, perché anche la nostra piccola unità nazionale è nata piuttosto dall’idea rivoluzionaria e strategica dei Garibaldi e dei Cavour, che da un sentimento popolare di appartenenza ad una stessa comunità, come già allora riconobbe Massimo D'Azeglio pronunciando la famosa frase "Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani."
Bisogna, credo, inaugurare un nuovo modo di vivere questo processo di integrazione europea: non viverlo come una (falsa) necessità storica dei popoli ad unirsi, bensì come un’enorme operazione di buon governo finalizzata alla creazione di un nuovo modello di pubblica amministrazione più progressista, più internazionale, più democratico, più trasparente, più cooperativo e meno impositivo, forse più morale. Non possiamo correre il rischio che gli stessi grigi figuri che popolano il nostro parlamento ed i nostri ministeri vedano nell’Europa la possibilità di arrivare a poltrone ancora più comode e mazzette ancora più ricche. Non possiamo, col nostro voto, incaricare i principali responsabili di Tangentopoli, P2, collusioni mafiose/camorriste, degrado del Mezzogiorno, sprezzo dello stato di diritto e delle sentenze, condoni, indulti, compromessi malavitosi e via dicendo, di esportare la loro mentalità borbonico – criminale in Europa, minacciando di rendere ciò che può essere un’opportunità di rinascita senza precedenti l’elevazione al quadrato dei nostri mali.

L’Europa dev’essere fatta dagli euroconvinti, da coloro che credono nella democrazia e nella trasparenza, e deve raggiungere tale grado di autorevolezza da poter influire in maniera concreta e benefica sulle vicende nazionali degli stati membri. Quanto potrebbe esserci utile un’Europa che, per volontà del Parlamento Europeo, ci imponesse di risolvere il conflitto di interessi, rispettare le sentenze della Corte di Giustizia Europea, liberalizzare davvero il mercato televisivo, non ripetere mai più porcate à la Alitalia – AirOne, contenere la spesa pubblica monitorando gli emolumenti che i nostri politicanti si autoassegnano, introducendo e coltivando anche in Italia il principio per cui la politica e l’amministrazione sono al servizio del cittadino e non viceversa.
Ecco, sembra di parlare di grossolani luoghi comuni, eppure resta sempre da stupirsi di quanto grossolanamente contraria a tutto ciò sia la (attuale) politica italiana. Per questi motivi il successo del Trattato di Lisbona sarà certamente un fatto positivo, ma resta un documento tutt’altro che rivoluzionario, anzi piuttosto pavido, che riflette un atteggiamento evidentemente prevalente di conservativismo un po’ ottuso: quello che vede nella sovranità nazionale una bestia sacra, quello che dice che “Alitalia deve restare italiana”.
Stiamo attenti che questa “Europa” non si segga sugli allori di un trattato all’acqua di rose bensì facciamo in modo che si affermi un modo di pensare europeo, un modo di pensare che vada oltre il provincialismo all’italiana.

P.S.: Aggiungo il link di un bell'articolo dell'Economist su questo tema: Wake up, Europe!


domenica, ottobre 11, 2009

WOW


E' questa la reazione di Barack Obama al telefono con il suo portavoce Robert Gibbs che gli comunicava l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace, votato all'unanimità dai giudici di Oslo.

Poi nella conferenza stampa Obama ha mentito dicendo che la vincita del premio gli era stata annunciata da sua figlia che lo aveva svegliato alle sei di mattina, una di quelle bugie innocenti che alimentano la figura di Obama agli occhi del mondo e dell'Europa in particolare (un po' meno quelli americani, più pragmatici e meno sentimentalisti). La mia reazione alla lettura della notizia è stata la stessa del vincitore seguita da alcune domande: ma cosa ha fatto? Perchè lui e non ad esempio i dissidenti Iraniani massacrati per aver denunciato brogli nelle elezioni della scorsa Estate?

Mi sono tornati in mente alcuni vincitori di questo premio tra cui Martin Luter King, Gandhi, MadreTeresa di Calcutta o ancora il Dalai Lama e mi è parso sinceramente difficile accostarli a quello del Presidente Obama che proprio in questi giorni deciderà di inviare altri 40.000 soldati in Afghanistan per cercare di uscire da quel pantano. Poi dall'albo dei vincitori spuntano altri nomi tra cui quello di Corder Hull che vinse il premio nel 1945, rappresentante di una nazione che aveva appena sganciato due bombe atomiche in Giappone per far finire una guerra e raggiungere la pace, o anche il premio assegnato al discusso leader Palestinese Arafat o anche al Presidente Roosvelt che vinse il premio nel 1906 in piena guerra coloniale per strappare Cuba alla Spagna. Ebbene sfogliando la lista ci sono persone che hanno cercato la pace attraverso la pace (Gandhi) ed altri che invece, secondo un detto latino, cercano la pace preparando la guerra. Credo che questo premio rappresenti un inno alla realpolitik, un premio di incoraggiamento più che di profitto (lettura che suggerisce anche la motivazione dei giudici di Oslo). Obama per ora non ha raggiunto grandi obiettivi, ma gli sforzi sono tutti in quella direzione. Uno su tutti l'impegno alla non proliferazione nucleare che Obama ha assunto come punto principale della sua agenda politica internazionale.

Sullo scacchiere internazionale Obama sta cercando di riavvicinarsi alla Russia per far pressione sull'Iran ed è in quest'ottica che va letta la rinuncia alla costruzione dello scudo missilistico in Polonia.Da non dimenticare poi la costante ricerca di un accordo internazionale per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, sul quale ha notevoli difficoltà interne perchè la legge è bloccata in parlamento e rischia di diventare uno stillicidio come la riforma della Sanità sulla quale si sta cedendo a troppi compromessi su pressione delle lobby. La pressione su questo fronte è tutta sulla Cina per la quale Obama ha rifiutato anche di incontrare il Dalai Lama in questi giorni a Washington per non inimicarsi il premier cinese Hu Jintao. Tuttavia c'è il rischio che Obama ritiri il premio il prossimo Dicembre ad Oslo a mani vuote perchè i prossimi mesi saranno cruciali su più fronti tra cui anche quello afgano. In un ammissione di umiltà Obama ha detto di non meritare questo premio e di accettarlo come stimolo all'azione ed ha ripetuto che di questo premio è stata investita l'America e non lui, ripetendo, come sempre fa nei discorsi ufficiali, che l'America non può e non vuole fare tutto da sola ma ha bisogno della collaborazione di tutti i Paesi nel Mondo per cercare di rendere il mondo in cui viviamo migliore, uno sforzo in cui tutti debbono impegnarsi nessuno escluso. In questa frase c'è Obama, in questa frase c'è la motivazione del Premio Nobel per la Pace


PS: forse non tutti sanno che il Premio Nobel viene consegnato il 10 Dicembre ad Oslo, la data rappresenta l'anniversario della morte di Alfred Nobel l'inventore della dinamite che istituì il premio (oggi oltre a medaglia e diploma circa 1 milione di euro) per farsi perdonare di quella terribile invenzione.