Qualche giorno fa in un referendum gli irlandesi hanno dato il via libera alla ratifica del
Trattato di Lisbona, ponendo fine – si spera – ad una lunga e difficoltosa gestazione iniziata nell’ottobre 2004 (anno quarto del Secondo Basso Impero a casa nostra), quando i leaders di tutta Europa si incontrarono a Roma con un frizzante Berlusconi reduce dalla non troppo lontana bocciatura del lodo Schifani – Meccanico per celebrare la nascita del
Trattato che istituisce una costituzione per l’Europa. La mala sorte in cui sarebbe incorso l’ambizioso documento era già preannunciata dalla goffezza del nome. Dopo la ratifica parlamentare e referendaria di alcuni stati, la neonata carta fu freddata dalla doccia dei “no” referendari francesi e olandesi.
Nell’ottobre 2007, dopo una “pausa di riflessione”, l’Europa a ventisette si ritrovò a Lisbona per firmare l’omonimo trattato, sostitutivo della sfortunata
costituzione. Nonostante fosse chiaro che si trattava di un cattivo surrogato ampiamente svuotato del suo significato, anch’esso conobbe una battuta d’arrest

o durante il processo di ratifica, quando fu rigettato dal voto negativo degli irlandesi nel referendum del giugno 2008. Dopo un primo periodo di sconforto, una commissione parlamentare irlandese statuì curiosamente che
“non ci sono ostacoli giuridici al fatto che in Irlanda si svolga un secondo referendum sul Trattato di Lisbona". Detto fatto: dopo una massiccia campagna di sensibilizzazione il popolo dei trifogli tornò al voto lo scorso 2 ottobre esprimendo parere favorevole alla ratifica del Trattato.
A casa nostra la notizia non ha trovato molta risonanza soprattutto perché siamo nell’anno secondo del Quarto Basso Impero, Berlusconi l’Europa la conosce solo come malattia e d’ogni modo è molto più preoccupato dall’esito negativo dell’esame di costituzionalità del “non – lodo Alfano”.
Il primo bilancio sul processo d’integrazione europea è peraltro chiaro: in tutti i paesi in cui Costituzione o Trattato sono stati oggetto di consultazione popolare sono stati (almeno una volta) bocciati, fatta eccezione per Spagna e Lussemburgo. Il primo
nì irlandese addirittura aveva scatenato la gioia di tutti i celti, anche quelli padani, che per bocca di uno dei loro
druidi affermavano:
“Un grazie al popolo irlandese per il suo voto. Tutte le volte in cui i popoli sono stati chiamati a votare hanno bocciato clamorosamente un modello di Europa che viene vista lontana dai popoli stessi.”Nessuno peraltro sembra essersi chiesto, al di là delle previsioni statutarie dei varî stati membri, se il referendum sia davvero lo strumento adatto a questo tipo di decisioni. Siamo tutti d’accordo che sia il popolo a doversi esprimere su, per esempio, i grandi temi etici (aborto, divorzio, fecondazione assistita etc.), ma siamo davvero sicuri che sia lo stesso popolo a dover (e poter) decidere se introdurre la personalità giuridica dell’Unione Europea, se abolire la presidenza a rotazione, se superare l’attuale struttura a tre pilastri? Dopotutto nel ’47 nessuno chiese al popolo italiano se intendesse approvare la Costituzione Repubblicana che tanto lo riguarda. A maggior ragione nel caso di specie, in cui si tratta di modifiche tutto sommato modeste, come vedremo, e di carattere tecnico, una consultazione popolare può rivelarsi un’arma a doppio taglio: perché si scontra con un elettorato che fondamentalmente non ha la possibilità di conoscere davvero la materia del quesito referendario. I parlamenti dovrebbero invece essere diretta espressione delle preferenze della popolazione ed i parlamentari dovrebbero essere persone esperte di amministrazione dello stato (o quanto meno ben informate), e dunque in grado di valutare la bontà di un trattato europeo.
Ma cos’è, o cos’era il
Trattato che istituisce una costituzione per l’Europa e in che differisce il
Trattato di Lisbona?
Il primo, detto
costituzione nella vulgata giornalistica, lungi dall’essere una carta costituzionale nel senso noto agli ordinamenti degli stati membri, avrebbe tuttavia introdotto alcune significative modifiche mirate a rendere la UE più protagonista a scapito degli stati membri

. In particolare essa prevedeva una semplificazione degli strumenti normativi dell’unione e l’introduzione delle “leggi europee”, l’istituzione di un ministro degli esteri europeo, un ridimensionamento della Commissione atto a renderla un vero organo di governo e non più un organo in cui ogni stato membro ha il diritto di essere rappresentato. L’Unione avrebbe acquistato personalità giuridica e le decisioni sarebbero state prese a maggioranza degli stati membri e della popolazione, abbandonando il criterio della “ponderazione”. Inoltre, visto che la forma è sempre contenuto, la costituzione europea introduceva tutta una serie di simboli, denominazioni e figure tipiche dei tradizionali stati nazionali, rafforzando un’idea di “Stati Uniti d’Europa”, piuttosto che di una federazione di stati indipendenti.
Tutto ciò ai francesi e agli olandesi non è garbato ed in seguito al loro
no le istituzioni europee e gli stati membri si sono dati da fare per redigere una versione edulcorata della carta, conosciuta come
Trattato di Lisbona, in cui scompaiono tutte la simbologia unitario – nazionale, scompaiono le “leggi europee”, che tornano a chiamarsi direttive, regolamenti etc. etc.
Soprattutto restano in vigore tutti i trattati che sarebbero stati superati, abrogati ed incorporati nella
costituzione:
Trattato sull'Unione Europea, Trattato che istituisce la Comunità Europea, Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, Trattato EURATOM. Dell’iniziale impeto riformatore restano invece il rafforzamento della figura dell'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (PESC), che però non assume il titolo di “ministro”, l’abolizione della presidenza a rotazione ed alcune altre semplificazioni dei meccanismi decisori.
Ma l’aspetto più interessante è che accanto a qualche timida misura unificatrice, ne vengono introdotte anche alcune che invece rafforzano il ruolo degli stati membri. Così i parlamenti nazionali avranno più tempo a disposizione per esaminare le normative europee, prima di tradurle in legge nazionale, le competenze di stati e Unione vengono delimitate in maniera più netta e viene esplicitamente introdotta la possibilità di trasferire competenze anche dall’Unione agli stati. Infine viene prevista una clausola di recesso in base alla quale i membri possono uscire dal trattato.
Così mutilato, il
Trattato di Lisbona approda dopo lungo e arduo iter di ratifiche al fatidico sì irlandese per poi arrestarsi davanti ad un campione di euroscetticismo, il presidente ceco Vaclav Klaus, che accampando
scuse inconsistenti si rifiuta di firmare la legge di ratifica già approvata dal parlamento.
Insomma, il messaggio è chiaro: l’Europa unita, quella che sognava Altiero Spinelli, è una creatura delle istituzioni e non della popolazione. Ci si può stracciare le vesti e considerarla un fallimento, oppure ci si può rassegnare all’idea, neanche poi tanto cattiva, che sia proprio questa Europa delle istituzioni a dover “fare gli Europei”, e non viceversa. Proprio noi Italiani dovremmo capire bene di cosa si tratti, perché anche la nostra piccola unità nazionale è nata piuttosto dall’idea rivoluzionaria e strategica dei Garibaldi e dei Cavour, che da un sentimento popolare di appartenenza ad una stessa comunità, come già allora riconobbe Massimo D'Azeglio pronunciando la famosa frase
"Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani."Bisogna, credo, inaugurare un nuovo modo di vivere questo processo di integrazione europea: non viverlo come una (falsa) necessità storica dei popoli ad unirsi, bensì come un’enorme operazione di buon governo finalizzata alla creazione di un nuovo modello di pubblica amministrazione più progressista, più internazionale, più democratico, più trasparente, più cooperativo e meno impositivo, forse più morale. Non possiamo correre il rischio che gli stessi grigi figuri che popolano il nostro parlamento ed i nostri ministeri vedano nell’Europa la possibilità di arrivare a
poltrone ancora più comode e mazzette ancora più ricche. Non possiamo, col nostro voto, incaricare i principali responsabili di Tangentopoli, P2, collusioni mafiose/camorriste, degrado del Mezzogiorno, sprezzo dello stato di diritto e delle sentenze, condoni, indulti, compromessi malavitosi e via dicendo, di esportare la loro mentalità borbonico – criminale in Europa, minacciando di rendere ciò che può essere un’opportunità di rinascita senza precedenti l’elevazione al quadrato dei nostri mali.
L’Europa dev’essere fatta dagli euroconvinti, da coloro che credono nella democrazia e nella trasparenza, e deve raggiungere tale grado di autorevolezza da poter influire in maniera concreta e benefica sulle vicende nazionali degli stati membri. Quanto potrebbe esserci utile u

n’Europa che, per volontà del Parlamento Europeo, ci imponesse di risolvere il conflitto di interessi, rispettare le
sentenze della Corte di Giustizia Europea, liberalizzare davvero il mercato televisivo, non ripetere mai più porcate à la Alitalia – AirOne, contenere la spesa pubblica monitorando gli emolumenti che i nostri politicanti si autoassegnano, introducendo e coltivando anche in Italia il principio per cui la politica e l’amministrazione sono al servizio del cittadino e non viceversa.
Ecco, sembra di parlare di grossolani luoghi comuni, eppure resta sempre da stupirsi di quanto grossolanamente contraria a tutto ciò sia la (attuale) politica italiana. Per questi motivi il successo del Trattato di Lisbona sarà certamente un fatto positivo, ma resta un documento tutt’altro che rivoluzionario, anzi piuttosto pavido, che riflette un atteggiamento evidentemente prevalente di conservativismo un po’ ottuso: quello che vede nella sovranità nazionale una bestia sacra, quello che dice che
“Alitalia deve restare italiana”.
Stiamo attenti che questa “Europa” non si segga sugli allori di un trattato all’acqua di rose bensì facciamo in modo che si affermi un modo di pensare europeo, un modo di pensare che vada oltre il provincialismo all’italiana.
P.S.: Aggiungo il link di un bell'articolo dell'Economist su questo tema:
Wake up, Europe!